martedì, 3 Novembre 2026
Parkinson, quando c’è anche l’Alzheimer il sistema immunitario è più attivo

In alcune persone con Parkinson sono
presenti, sin dalle prime fasi della malattia, anche alterazioni
neuropatologiche caratteristiche della malattia di Alzheimer,
una combinazione che si associa ad un’evoluzione clinica
generalmente più sfavorevole. Ora uno studio dell’Università di
Roma Tor Vergata e dell’Ircss Neuromed di Pozzilli, in
collaborazione con Irccs Santa Lucia, pubblicato sulla rivista
npj Parkinson’s Disease, ha individuato in questi pazienti un
particolare comportamento delle cellule immunitarie presenti nel
sangue, caratterizzato da una maggiore attività e da una
risposta infiammatoria più intensa.
Il ruolo del sistema immunitario nell’innescare e alimentare
la neurodegenerazione, si legge in una nota di Neuromed, è
sempre più evidente. Comprendere queste dinamiche è fondamentale
per chiarire perché alcune persone sviluppino forme di Parkinson
più aggressive e per immaginare approcci terapeutici più mirati.
Questo studio, supportato da un finanziamento Prin del
ministero dell’Università e Ricerca, ha coinvolto 47 persone con
malattia di Parkinson nelle fasi iniziali e 50 persone sane.
Attraverso l’analisi dei livelli di alcune proteine presenti nel
liquido che circola nel sistema nervoso centrale, i ricercatori
hanno identificato, tra i pazienti con Parkinson, 15 persone che
presentavano copatologia Alzheimer e 32 che non la presentavano.
Hanno poi studiato il sangue dei partecipanti, esaminando i
mediatori dell’infiammazione, la distribuzione dei diversi tipi
di cellule immunitarie e il modo in cui queste producono
energia. È emerso che le persone con Parkinson e copatologia
Alzheimer mostravano, rispetto a quelle senza copatologia,
disturbi motori e non-motori più accentuati, ma soprattutto
alterazioni più marcate del sistema immunitario periferico. “È
come se vi fosse – spiega Tommaso Schirinzi, Università Tor
Vergata e Irccs Neuromed – una riprogrammazione delle cellule
immunitarie circolanti verso un assetto di maggiore attività e
reattività, che potrebbe essere legata al maggiore carico di
neurodegenerazione e al più rapido declino clinico che subiscono
queste persone”.
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