Percorsi quadriennali, la storia infinita delle sperimentazioni

Lo scorso 7 dicembre il Miur ha diffuso un avviso destinato alle scuole per l’allargamento della sperimentazione di percorsi quadriennali di istruzione secondaria di secondo grado, avviata nel 2017. L’allargamento, inserito tra gli interventi che dovrebbero essere attivati per dare corpo e coerenza agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, darà la possibilità a circa 25 mila studenti di cominciare un percorso tecnico o liceale quadriennale che li porterà al diploma e alla maturità superiore.

Nulla da dire rispetto alle intenzioni del Ministero di aggiornare e adeguare i ritmi dell’istruzione e della formazione italiana agli standard internazionali. Da un rapporto di Eurydice Italia pubblicato da INDIRE risulta infatti chiaro che durata del livello ISCED 3 – Istruzione secondaria superiore non supera i 4 anni.

In questo senso la sperimentazione a partire dall’anno scolastico 2018/2019, renderà l’Italia più simile al resto d’Europa, dove la scuola superiore termina spesso a 18 anni. Le scuole superiori di Francia, Spagna e Regno Unito, per esempio, terminano tutti nel corso del 18esimo anno. In Germania il liceo vero e proprio termina durante il 19esimo anno, come in Italia, mentre le scuole professionali possono essere più brevi. In tutta la Scandinavia, la parte d’Europa con il sistema scolastico che produce i migliori risultati, tutte le scuole superiori terminano nel corso del 19esimo anno di età, ma in questi paese che spesso guardiamo come benchmark di riferimento si diversificano l’età di entrata al cosiddetto primo ciclo (7 anni) e un progetto pedagogico riferito ai primi anni di vita che si prende in carico il bambino già al primo anno. Pertanto gli ottimi livelli di quel sistema vanno correlati sicuramente anche a considerare l’asilo nido non welfare famigliare ma parte integrante del processo di apprendimento ed educativo.

Il Quaderno di Eurydice si riferisce alle strutture dei sistemi educativi europei relative all’anno scolastico e accademico 2016/2017. I sistemi educativi studiati sono 43 e coprono i 38 Paesi partecipanti al programma Erasmus+: 28 Stati membri, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, ex-Repubblica jugoslava di Macedonia, Norvegia, Serbia e Turchia.

In Italia il dibattito sulla necessità di riformare i cicli e l’obbligo di istruzione e i piani di studio è aperto da tempo, e nonostante da più parti e a più riprese sia stato invocato un cambiamento concreto per ridurre i tempi dilazionati della formazione nel nostro paese, ma anche per porre rimedi ai dati sconfortanti che ci restituiscono le valutazioni INVALSI ed OCSE-PISA, è sempre mancata e continua a mancare, tra le mura del ministero di Viale Trastevere, la volontà o la capacità di intervenire realmente e con le riforme che servono in questa direzione.

Già quattro anni fa era iniziata una sperimentazione su quasi 200 classi che sono arrivate alla maturità nel luglio 2021; ma una volta concluso il percorso nessun dato di analisi o monitoraggio della sperimentazione è stato diffuso dal ministero di Patrizio Bianchi. In altre parole, nessuna conclusione è stata raggiunta sull’efficacia o meno della riduzione dei tempi della scuola secondaria, gli eventuali correttivi da introdurre sia dal punto di vista organizzativo che didattico metodologico.

In compenso, il Miur ha proceduto a diramare un nuovo avviso per avviare la sperimentazione in altre 1000 classi – circa 25 mila studenti – che si aggiungono alle 200 che hanno già avviato la sperimentazione e che dovranno ripresentare la richiesta e ricevere nuovamente l’autorizzazione per proseguire col percorso quadriennale. Come se la sperimentazione fosse un processo senza fine, e il passaggio all’ordinamento un risultato ancora irraggiungibile.

A pagare lo scotto del corto circuito governativo, ancora una volta, decine di migliaia di giovani che si vedono penalizzati non solo rispetto ai colleghi d’oltralpe, ma anche rispetto ai compagni di altre classi italiane, magari dello stesso istituto, che partecipando ai programmi quadriennali, si vedono allineati alla tabella di marcia europea nella ‘gara internazionale delle competenze’. Non dimentichiamo, poi, che anticipare la maturità ai 18 anni dovrebbe andare di pari passo con l’innalzamento dell’obbligo scolastico proprio fino ai 18 anni sia per diploma professionale che per maturità liceale e tecnica.

L’obbligo di istruzione fino a 18 anni avrebbe un impatto importante e positivo anche nella riduzione del numero di NEET- i giovani che non studiano nè lavorano – che, in Italia, hanno raggiunto il dato medio preoccupante del 23,3% nel 2020. Gli strumenti per mettere in atto le riforme che servono non mancano.

Mi chiedo, però, per quanto tempo ancora mancherà a livello ministeriale il coraggio di realizzarle. Quanto la decisione di ridurre di un anno il percorso della secondaria superiore o quello di riformare i cicli scolastici sarà subordinato a calcoli e logiche sindacali relative ai posti di lavoro e non a logiche che, per chi si occupa di istruzione e formazione, dovrebbero essere orientate esclusivamente all’efficacia e alla qualità dell’istruzione e degli apprendimenti.

Laura Scalfi
Direttore Generale dell’Ist. Veronesi e del Liceo Steam International

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