Mario Draghi, il rottamatore dei grillini (e un po’ anche del Pd)

Possiamo dirlo con una certa tranquillità: Mario Draghi sta smontando pezzo per pezzo il Movimento Cinque Stelle. O meglio, sta rottamando con le sue decisioni il sistema di potere messo in piedi dalla coppia Conte&Casalino. Ovviamente questa opera di rottamazione procede senza fanfare, in perfetto stile draghi: ma va avanti in ogni caso inesorabile.

Dopo il siluramento con tanti saluti del compare di Conte, il commissario Domenico Arcuri, rispedito a casa in groppa a un banco a rotelle, e il benservito ad Angelo Borrelli (ex capo della protezione civile, cioè quel vescovo laico che recitava la messa quotidiana dei contagi in diretta tv) l’ultima tornata di nomine governative scardina un altro pezzo di potere contiano: Fabrizio Palermo è stato rimosso dalla Cdp, per essere rimpiazzato da Dario Scannapieco. E’ solo l’ultimo dei gesti di discontinuità di Mario Draghi dalla gestione dell’avvocato pugliese. Senza dimenticare forse la pedina più importante, quella al quale l’avvocato pugliese si era legato a doppio filo, e cioè il sodale Gennaro Vecchione al vertice dei servizi segreti, anch’esso rimosso dal premier, che gli ha preferito Elisabetta Belloni.

Quel coacervo di interessi che si era installato nelle stanze che contano è stato dunque accompagnato alla porta. Anche sui temi che coinvolgono l’identità del Movimento, come ad esempio la giustizia, i grillini ingoiano i bocconi amari della riforma Cartabia: il loro potere reale di interdizione è prossimo allo zero, del resto.

Ma il mondo grillino non è l’unico ad essere picconato con una certa insistenza dalle scelte di Palazzo Chigi. E’ tutta l’ex maggioranza del Conte bis che non sta toccando palla. Per dire: la sinistra chiusurista che trova nel ministro Speranza il suo portabandiera esce politicamente malconcia dopo mesi di lockdown e coprifuochi. E poi c’è l’altro paziente grave: il Pd. Ha fatto rumore la bacchettata di Draghi a Enrico Letta sulla proposta di reintrodurre la tassa di successione per i grandi patrimoni. Uno scivolone così vistoso che al Nazareno hanno dovuto inscenare in fretta e furia un incontro tra segretario e premier per annunciare che i due vanno ancora d’accordo. Un copione cui non si poteva rinunciare, per metterci una pezza. Ma se le parole remano da una parte, i fatti vanno dall’altra.

E’ un fatto, ad esempio, che sull’annosa questione del blocco dei licenziamenti la linea del Pd, impersonata dal ministro Orlando, sia stata sconfessata clamorosamente dal presidente del consiglio. E’ un fatto, inoltre, che sul codice degli appalti e sulle semplificazioni il premier abbia fatto delle scelte che collimano con la linea del centrodestra.

Questo significa che Draghi sta facendo il gioco di Salvini&Meloni? Ovviamente no, e probabilmente il premier di certe analisi se ne infischia. Quel che è chiaro a tutti, però, è che la vecchia maggioranza del Conte Due sta giocando il ruolo del due picche con briscola a spade. E questo spiega l’ansia di Enrico Letta, che cerca di attirare l’attenzione su di sé sventolando le vecchie alabarde spaziali dell’armamentario vetero sinistro, come il voto ai diciottenni, il ddl Zan e la redistribuzione fiscale: è il modo più rapido per dimostrare a tutti che il Pd è vivo, o comunque respira ancora. Almeno fino alle prossime amministrative, dove nella partita cruciale del Campidoglio l’ex maggioranza di governo presenta due candidati separati. Segno che la missione di civilizzare i grillini, almeno ad oggi, pare naufragata miseramente.

Questa è la portata della tragedia a sinistra: stanno piantando bandierine ideologiche al piano terra mentre Draghi prende le decisioni vere ai piani alti. La linea del Piave, per Pd e Cinque Stelle, o per meglio dire la linea del Tevere, passa per il risultato elettorale della Capitale. Se i due partiti crollano a Roma, qualcuno dovrà lasciare la poltrona, probabilmente impallinato dai nemici interni: e non potrà che prendersela con sé stesso.

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