giovedì, 15 Ottobre 2026
La psichiatra e il caso minicar: “sfida e senso di impunità, la violenza diventa un gioco”

(di Livia Parisi) La ricerca di emozioni forti, la dinamica del branco e la scarsa percezione delle conseguenze per gli altri: così la violenza, tra giovanissimi, può trasformarsi in un gioco. Social e videogame possono contribuire, ma non sono gli unici responsabili di episodi come quello di Monteverde, a Roma, dove due giovani su una minicar hanno aggredito dei passanti, ammettendo poi di averlo fatto ‘per divertimento’. A spiegarlo è Arianna Terrinoni, responsabile dell’Unità Semplice per le Emergenze psichiatriche in adolescenza della Neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto I di Roma, che invita a “evitare generalizzazioni”.
Come per le challenge sui social che coinvolgono i ragazzi in azioni pericolose per sé e per gli altri, “non esiste un meccanismo univoco. La ricerca del rischio e della trasgressione può generare euforia e soddisfazione, anche quando a pagarne le conseguenze è qualcun altro”, spiega la neuropsichiatra.
All’origine possono esserci “difficoltà nel regolare le emozioni, scarsa empatia e indifferenza verso il dolore altrui.
A questo si unisce la dinamica di gruppo che riduce il senso di responsabilità individuale e abbassa la percezione del pericolo”.
I social accelerano questi meccanismi: un gesto viene condiviso, amplificato e può diventare un modello da imitare.
“Ma l’emulazione esisteva anche prima delle piattaforme, come dimostrano i casi di lancio di sassi dai cavalcavia”, spiega.
Anche i videogiochi sono tra i principali indiziati. “Innescano una forma di dipendenza dal meccanismo di ricompensa unita a una normalizzazione della violenza”. Ma non possono essere considerati una causa automatica di episodi simili.
“L’aggressività – aggiunge Terrinoni – passa anche attraverso il linguaggio quotidiano, le immagini, la comunicazione politica e il clamore mediatico. Se la sopraffazione viene normalizzata, i ragazzi la sentono familiare”.
Quanto accaduto a Roma, precisa, è un fenomeno “non rappresentativo degli adolescenti: la differenza tra bravata e violenza passa anche dall’intenzionalità”. Tra i campanelli d’allarme, cambiamenti marcati del comportamento, trasgressioni sempre più estreme e scarsa tolleranza alla frustrazione. La risposta è investire sull’educazione emotiva e sulla responsabilità. Famiglia e scuola devono offrire alternative con le relazioni, lo sport, lo studio e la partecipazione sociale.
“Al contrario, abbassare l’età dell’imputabilità – conclude la specialista – non è la soluzione. Bisogna insegnare a riparare il danno e a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni. Se il ragazzo non è disponibile, si può partire dai genitori: spesso sono i primi a soffrire e a vedere il cambiamento.
Intervenire sulla famiglia può modificare l’ecosistema in cui l’adolescente vive”.
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