La guerra civile non è fantascienza, almeno al cinema

Arriva sul grande schermo il film Civil War. In cui il regista Alex Garland tratteggia uno scenario futuribile che non è poi così lontano dalla realtà americana di oggi.


E’ molto difficile per un film di guerra non rappresentare la violenza in modo sensazionalistico. Ed è questo uno dei motivi per cui la maggior parte di questi film non riesce a essere veramente antibellico. Anche perché spesso esalta il coraggio e lo spirito di unione tra i militari. Ma se il coraggio e la tragedia al cinema hanno qualcosa di romantico, non c’è nulla di romantico nella guerra» racconta a Panorama Alex Garland, 53 anni, scrittore del romanzo di culto The Beach (portato al cinema con Leo DiCaprio), sceneggiatore di 28 giorni dopo, ma anche regista di altre opere capaci di indagare territori oscuri del presente. Come le ossessioni egoriferite dei multimiliardari tecnologici (Ex Machina) o l’incapacità dei maschi di riconoscersi complici nei meccanismi del patriarcato (Men). Garland parla così per evidenziare la difficoltà di scrivere e dirigere il suo nuovo film, Civil War, al cinema dal 18 aprile, che mette in scena una prossima ventura guerra civile americana. La vicenda si apre con il presidente Usa (Nick Offerman) intento a preparare un discorso alla nazione lacerata da un conflitto interno: il Texas e la California si sono unite in una coalizione per sollevare il leader che ha sciolto l’Fbi e prolungato la propria carica con un terzo mandato, ordinando all’esercito di sparare sui cittadini.

Mentre le truppe ribelli si apprestano a entrare a Washington, un gruppo di giornalisti viaggia verso la capitale per raggiungere la Casa Bianca e strappare un’intervista al presidente prima che venga catturato o ucciso: Lee (Kirsten Dunst), foto-giornalista che ha usato i propri reportage dalle zone di guerra come monito per scongiurare, senza riuscirvi, proprio ciò che sta accadendo in patria, il suo amico giornalista Joel (Wagner Moura), che vuole inchiodare con le sue domande il leader, e il loro collega Sammy (Stephen McKinley Henderson), veterano della carta stampata totalmente disilluso. A questo gruppo si unisce Jessie (Cailee Spaeny), giovane fotografa alla sua prima esperienza, desiderosa di immortalare con i suoi scatti l’eroismo e la tragedia. Il primo cruccio di Garland, nel realizzare un film che mette comunque in scena un notevole dispiego di mezzi militari e almeno una sequenza di combattimento degna di un action movie hollywoodiano, è stato quello di non spettacolarizzare la morte al lavoro, «come troppo spesso accade al cinema», imitando lo stile sobrio dei pochi titoli veramente antimilitaristi della storia, tra cui Orizzonti di gloria.

«Quando una persona viene colpita da un’arma da fuoco non ci sono schizzi di sangue vistosi come in Bonnie and Clyde, né spruzzi teatrali sui muri, ma semplicemente cade a terra» spiega Garland. «Ho cercato dunque di rappresentare la violenza per com’è, usando la grammatica del documentario anziché quella glamour del cinema. Per questo anziché usare “carrellate” o riprese aeree, abbiamo girato tutto con piccole cineprese a mano impugnate ad altezza d’uomo. E abbiamo lavorato con un consulente militare, l’ex Navy Seal Ray Mendoza, per rendere il più realistiche possibile le sequenze di combattimento, dove sono state usate munizioni a salve capaci di creare un rumore e uno shock sonoro che hanno avuto un forte impatto sugli interpreti». Il risultato è quello di far compiere agli spettatori il viaggio insieme ai protagonisti in un’America che somiglia molto a certi panorami che in altre storie sono devastati da un attacco di zombi, con relitti d’auto abbandonati, case saccheggiate, cecchini pronti a sparare a ogni potenziale nemico.

Nulla si dice nella storia delle ragioni per cui due Stati agli antipodi (la California democratica e il Texas repubblicano, con la Florida pronta ad unirsi loro) si sarebbero alleati, né si analizzano le ragioni per cui gli americani avrebbero iniziato a imbracciare le armi gli uni contro gli altri, un’idea ben esemplificata nel confronto drammatico tra un paramilitare (l’eccezionale Jesse Plemons) che, catturati i giornalisti, chiede a uno di loro mentre gli punta il fucile d’assalto: «Tu che tipo di americano sei?». Il film può sembrare un instant movie realizzato in fretta e furia per anticipare le tensioni delle prossime elezioni presidenziali americane, che potrebbero esacerbare gli animi in caso di sconfitta di Trump, sulla scia del già distopico assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill: tanto è vero che una delle sequenze chiave è proprio la messa a ferro e fuoco dell’edificio del Campidoglio (ricostruito a grandezza naturale ad Atlanta) da parte di alcune squadre d’assalto composte principalmente da stuntman ed ex membri dei Navy Seal.

In realtà però Garland ha iniziato a sciverlo molto prima, nel 2018, sorprendendosi come in un mondo zeppo di problemi la gente non si fosse ancora ribellata con violenza. L’input decisivo è arrivato poi nel 2020 in piena pandemia, quando il senso di paranoia si è impossessato dell’intero globo, e tutti hanno iniziato a vedere il vicino di casa, persino i propri cari, come un possibile untore e quindi un nemico. «Non c’è dubbio che il Covid abbia esasperato fratture che erano già presenti nella società, rendendole ancora più visibili e pressanti, dice il regista. «Quello che mi interessava raccontare però non erano le ragioni politiche di una o dell’altra parte, ma questo senso di polarizzazione estrema che divide ormai le persone, al punto che è diminuito ormai, quasi azzerato, il tempo in cui una persona è disposta ad ascoltare le ragioni di qualcun altro che la pensa in maniera diametralmente opposta, prima di porre termine al dialogo». In questo senso il suo film è volutamente provocatorio: «Vorrei che anziché uscire dal cinema trovando l’appiglio per veder rinforzate le proprie convinzioni, il pubblico capisse che, senza capacità di scambio e di ascolto, è sempre più probabile scivolare verso un futuro simile a quello raccontato in Civil War».

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