lunedì, 20 Aprile 2026
Violenza contro le donne, in Italia gap nella presa in carico delle vittime

L’Italia ha un quadro legislativo
articolato sulla violenza sulle donne, ma mostra un livello di
riconoscimento e risposta alla violenza ancora limitato,
frammentato e disomogeneo sul territorio nazionale. Questo causa
un marcato gap tra il numero di donne che subiscono violenza e
il numero di chi riesce a essere riconosciuta e presa in carico
dai servizi pubblici, con molti casi rimangono al di fuori del
perimetro istituzionale. È quanto emerge da uno studio
internazionale pubblicato su Lancet Global Health che analizza
otto Paesi, tra cui l’Italia.
Le stime suggeriscono che solo una parte delle donne che
subiscono violenza entra effettivamente in contatto con i
servizi pubblici. Sorprendentemente, una quota molto bassa di
riconoscimento formale della violenza perpetrata dal partner
avviene attraverso il settore sanitario, corrispondente a circa
l’1,3%-5,6% del fabbisogno stimato nei quattro Paesi che
riportano dati sanitari, tra cui l’Italia. Secondo le
elaborazioni del Global Burden of Disease 2021 utilizzate nello
studio, la prevalenza della violenza fisica e/o sessuale
perpetuata dal partner negli ultimi 12 mesi in Italia è stimata
al 5,4% tra le donne di 15 anni o più. Inoltre, sebbene l’Italia
disponga di un insieme di norme rilevanti – dalla Legge 119/2013
al ‘Codice Rosso’ del 2019, fino alla Legge 53/2022 sul sistema
statistico integrato e la più recente legge in materia di
delitto di femminicidio 181/2025 – e di strumenti di
pianificazione nazionale che delineano ruoli e responsabilità,
la loro implementazione risulta irregolare, con forti differenze
regionali nella disponibilità e continuità dei servizi, nella
stabilità dei finanziamenti, nel funzionamento dei coordinamenti
territoriali e nella capacità operativa dei settori coinvolti.
“Lo studio richiama la necessità di un approccio realmente
integrato, in cui sanità, giustizia, servizi sociali, forze
dell’ordine, istruzione e lavoro operino attraverso percorsi
chiari, coordinati e sostenuti da risorse adeguate – sottolinea
Benedetta Armocida, dell’Istituto superiore di sanità, che ha
guidato il caso italiano insieme a Flavia Bustreo -. Il settore
sanitario, in particolare, è indicato come un punto di contatto
essenziale ancora oggi sottoutilizzato, mentre i centri
antiviolenza rappresentano un presidio fondamentale”.
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