giovedì, 15 Gennaio 2026
Riondino, il mio Vivaldi e Cecilia, l’incontro tra due solitudini

“È sempre una questione di musica,
morte e soldi”, così dice a un certo punto la giovane Cecilia
(Tecla Insolia) in ‘Primavera’, esordio cinematografico di
quell’inquieto regista d’opera che è Damiano Michieletto, già al
Toronto International Film Festival e ora in sala dal 25
dicembre con Warner Bros Pictures.
Liberamente tratto dal romanzo ‘Stabat Mater’ di Tiziano Scarpa
(Premio Strega 2009, pubblicato in Italia da Giulio Einaudi
editore), questo film esteticamente raffinato è un grande
omaggio alla musica, quella straordinaria e modernissima del
Settecento, al coraggio femminile e alla crudeltà del potere e
del destino.
Siamo nell’Ospedale della Pietà, il più grande orfanotrofio di
Venezia, un’istituzione che inizia le orfane più brillanti allo
studio della musica e che ha un’orchestra tra le più apprezzate
al mondo. Cecilia, vent’anni, è una straordinaria violinista
piena di talento prigioniera di questo orfanotrofio che può
esibirsi solo dietro una grata e sperare o in un matrimonio con
un ricco mecenate o che la madre sconosciuta torni a reclamarla.
Ma tutto cambia con l’arrivo del nuovo insegnante di violino. Il
suo nome è Antonio Vivaldi (Michele Riondino).
“È proprio il rapporto con la musica che determina due
solitudini e queste due solitudini, quella di Vivaldi e quella
di Cecilia, restano tali anche nel momento in cui si vanno ad
incontrare – dice Riondino -. Il musicista torna alla Pietà con
una idea ben precisa in mente che riuscirà a sviluppare con
l’aiuto di Cecilia”.
Sottolinea invece Michieletto, che non ha ‘osato’ troppo in ‘Primavera’: “Chissà forse nel prossimo film potrei fare
qualcosa di diverso, magari più ruvido e meno prevedibile.
Avevo solo voglia di raccontare una storia in cui ci fossero
elementi che conosco bene da offrire al pubblico in maniera
credibile”.
“Certo che ci sono affinità col personaggio di Modesta de L’arte
della gioia” – dice oggi a Roma Tecla Insolia -. Hanno entrambe
un’idea di modernità e di ribellione, in Cecilia questi livelli
di sofferenza e introspezione sfociano attraverso la musica, ma
credo ci sia differenza nel tipo di emancipazione che il
personaggio di Cecilia raggiunge nel finale del film”.
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