venerdì, 13 Marzo 2026
Nouvelle Vague, la macchina del tempo di Linklater

(di Francesco Gallo) “Questa la storia di Godard mentre
gira ‘Fino all’ultimo respiro’, pensata nello stile e lo spirito
dello stesso Godard in ‘Fino all’ultimo respiro'”. Questo gioco
di parole è il dichiarato intento di ‘Nouvelle Vague’ di Richard
Linklater, regista sperimentatore per eccellenza, basti pensare
solo al suo film ‘Boyhood’ durato ben dodici anni. Un regista
chiaramente cinefilo visto che ha dedicato a questo periodo
cinematografico francese, prosecutore del neorealismo italiano,
una sorta di macchina del tempo, per rievocare, attraverso un
racconto accurato, tutti i retroscena di ‘Fino all’ultimo
respiro’ del 1959, adottando anche lo stesso formato del film
originale, dunque in bianco e nero con l’aspect ratio di 4:3.
In questo vero e proprio omaggio alla new wave francese, in
concorso ufficiale alla 78/a edizione del Festival di Cannes e
ora in sala dal 5 marzo con Lucky Red, anche tutti i nomi più
importanti che hanno caratterizzato questa rivoluzione
cinematografica tra cui, oltre al già citato Godard, troviamo:
Jean Cocteau, Robert Bresson, Roberto Rossellini, Jean-Pierre
Melville, Eric Rohmer e Jacques Rivette.
E proprio a Roberto Rossellini il film dedica la scena in cui a
Parigi il regista italiano fa una lezione a dei giovani cineasti
che lo chiamano con vero rispetto: ‘padre del cinema’.
“Nouvelle Vague è la storia di una rivoluzione personale del
cinema guidata da un uomo, e di tutte le persone che lo
circondano”, ha detto il regista americano che, fedele a questa
sua ossessione, rivisita anche formalmente questo movimento
cinematografico appropriandosi filologicamente dei suoi codici
tra cui: montaggio ellittico, bianco e nero, rotture di tono e
telecamera a spalla.
Non solo, gira poi il film in francese con molti giovani attori
dedicando ad ogni giorno di lavorazione un distinto capitolo e
mostra anche in tutti i particolari un’ampia parte della pre-
produzione con la scelta di uno sconosciuto Jean Paul Belmondo
nel ruolo di Michel Poiccard, ladro e truffatore, e della sua
compagna di avventure Jean Seberg invece attrice già affermata.
Che si vede nel film?
Tutta la dialettica possibile di un ambiente in cui la parola,
le teorie di cinema, sono pari a quelle del calcio. Godard era
poi un uomo pieno di citazioni, sentenze, verità su cosa sia e
come vada fatto davvero il cinema, citazioni che a volte rendono
questo film forse troppo auto compiaciuto. A salvare quest’opera è invece l’ironia di Godard, la sua follia
creativa che gli faceva fermare il set per ripensamenti di
giorni tra la disperazione del produttore o dedicare, durante la
lavorazione, il suo tempo a un flipper di ultima generazione.
Ma una cosa emerge chiara quando vediamo Jean-Luc Godard
intrattenersi con i suoi colleghi critici, ovvero che quasi
dietro ad ogni critico c’è spesso un regista fallito. Per
fortuna non è affatto il caso di Godard e Linklater.
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