‘Noi due sconosciuti’, quando una madre single incontra il padre biologico del figlio

(di Francesco Gallo) Dalla visione di ‘Noi due
sconosciuti’, diretto da Janicke Askevold e in sala dal 7 maggio
con Teodora, non si esce indifferenti, come capita spesso con i
film che più che lavorare sugli estremi raccontano una realtà
vicina, ma che comunque ti coinvolge e ti fa pensare. Questo
film è insomma un gran bell’esempio di cinema norvegese di
impianto teatrale, proprio come il premio Oscar ‘Sentimental
Value’, capace di scavare negli animi anche se mette al centro
un tema difficile e poco affrontato, quello della
monogenitorialità.
    Di scena la storia di Edith (Lisa Loven Kongsli), giornalista
e madre single di un bambino di quattro anni avuto con
l’inseminazione artificiale. Quando per caso la donna scopre il
nome del suo donatore non resiste e decide di incontrarlo senza
rivelargli la sua identità. L’uomo, che si chiama Niels –
interpretato da Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo)
-, è un quarantenne che vive realizzando videogiochi con una
famiglia tutta sua. Edith, tra mille dubbi e impacci, lo
contatta con la scusa di un’intervista e lui accetta volentieri
di incontrarla a più riprese, cosa che crea tra loro una certa
intimità. Ma perché una madre come Edith, una donna col cuore in
inverno, vuole conoscere il padre biologico di suo figlio? C’è
forse in lei la voglia di ricucire un’improbabile famiglia
artificiale, un interesse ad aprire il suo cuore prima che sia
troppo tardi? O, infine, in Edith c’è solo l’ascolto
inconsapevole del suo istinto materno, il fatto di poter
ricavare da questo padre ogni notizia utile per far crescere
meglio quel figlio che resta il suo unico grande amore? Vincitore a Locarno del Premio della Giuria Ecumenica, questo
film “esplora la monogenitorialità attraverso Edith -, dichiara
la regista -, una donna combattuta tra desiderio, dovere e
immagine di sé, ma capace di avventurarsi in un viaggio molto
personale nell’amore, nell’etica e nella maternità”. E ancora
Janicke Askevold: “Ho sempre più amiche che scelgono di
diventare madri single, soprattutto dopo la modifica della legge
norvegese sulle biotecnologie, che ha consentito alle donne sole di accedere alla procreazione assistita. L’idea in realtà è
nata proprio dalla storia vera di un’amica che, con le poche
informazioni fornite dalla banca del seme, è riuscita a
identificare il donatore e lo ha contattato. Si sono incontrati
e hanno avuto una breve relazione e quello spazio intimo ed
eticamente complesso tra biologia e famiglia mi è sembrato il
punto di partenza ideale per un film”. Sottolinea poi ancora la
regista: “Credo che dove è la fecondazione assistita è ancora
illegale, gli spettatori potrebbero percepire il film in modo
diverso. Per esempio, nel dibattito sui presunti ‘pericoli’ di
crescere senza un padre, diversi studi hanno dimostrato che i
bambini cresciuti esclusivamente da donne tendono a essere
sicuri e felici come tutti gli altri. In ogni caso mi ha
sorpreso che un po’ ovunque la reazione prevalente alla storia
narrata dal film sia stata di curiosità. Le persone vogliono
capire come funziona il sistema in Scandinavia, cosa significa
per i bambini e come vengono selezionati i donatori, ma devo
dire che anche in contesti conservatori, le discussioni sono
state aperte e rispettose”.
   

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