Le regole del Concordato che gestisce il rapporto tra Stato e Vaticano

La posizione critica espressa dalla Santa Sede nei confronti del ddl Zan ha scatenato un putiferio politico. Sono infatti in molti a sostenere che l’intervento vaticano rappresenti un attentato alla laicità dello Stato. Una posizione, questa, per esempio espressa dal presidente della Camera, Roberto Fico. “Il testo è già passato alla Camera e adesso è in Senato, noi come Parlamento non accettiamo ingerenze. Il Parlamento è sovrano e tale rimane sempre”, ha in tal senso dichiarato. Insomma, la Santa Sede avrebbe commesso un’indebita invasione di campo e, secondo qualcuno, non avrebbe alcun diritto di invocare la modifica di un disegno di legge. Eppure, se si analizza la questione più nel dettaglio e senza lasciarsi trascinare da schemi ideologici, scopriremo forse che i termini della questione siano da intendersi in modo ben differente da come qualcuno tende a dipingerli. Eh sì, perché la posizione della Santa Sede è in realtà ineccepibile tanto sul piano formale che su quello contenutistico.

In primo luogo, va ricordato che la richiesta inoltrata dal Vaticano si inserisca nel quadro del Concordato stipulato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano: un documento siglato nel 1929 e rivisto con l’accordo di Villa Madama del 1984. Ed è proprio a questo accordo che bisogna quindi rifarsi per comprendere appieno la posizione vaticana. La Santa Sede ritiene infatti che il ddl Zan costituisca una minaccia per l’articolo 2 di quel documento. Articolo, che recita come segue: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”.

Ebbene, sotto questo aspetto, sono principalmente due gli articoli del ddl Zan che risultano controversi. Troviamo innanzitutto l’articolo 7, il quale prescrive che la “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” debba essere celebrata nelle scuole. Il che pone un evidente problema in termini di libertà educativa: un tema che alla Santa Sede è sempre risultato particolarmente caro. In secondo luogo, più in generale, a finire sul banco degli imputati è anche il controverso articolo 4 del ddl, secondo cui “ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Come è facile capire, questo articolo è pericoloso proprio in forza della sua ambiguità, perché – pur dicendo in astratto di tutelare la libertà di espressione – in realtà non chiarisce in base a quale criterio oggettivo un’idea o una condotta possano in caso ritrovarsi tacciabili di “determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Un problema tanto più urgente soprattutto in una società come quella odierna, in cui il concetto di “dissenso” viene indebitamente sempre più assimilato a quello di “offesa”. Il fatto che Alessandro Zan e i sostenitori della sua legge assicurino che la libertà di espressione venga tutelata, lascia quindi onestamente il tempo che trova. Perché, come abbiamo visto, l’articolo 4 è intrinsecamente ambiguo e lascia pertanto oggettivamente al giudice una totale discrezionalità su che cosa sia o non sia eventualmente da considerarsi “discriminazione”. Una discrezionalità che, per inciso, potrebbe indirettamente esercitare una forma di pressione sul dibattito pubblico (chi teme di incorrere nelle maglie della Giustizia ci penserà, cioè, due volte prima di esprimere determinate tesi potenzialmente a rischio).

In tal senso, la critica di Fico è ribaltata: sotto il profilo concordatario, non è la Santa Sede a commettere ingerenza. L’ingerenza è semmai perpetrata da chi, attraverso un disegno di legge, vorrebbe imporre alle scuole cattoliche princìpi e celebrazioni incompatibili con la stessa dottrina cattolica. E da chi vorrebbe limitare, nel dibattito pubblico italiano, la libertà dei cattolici di esprimere il proprio punto di vista, attraverso minacce di natura giudiziaria. In tal senso, ritenere che gli articoli 4 e 7 del ddl Zan costituiscano una potenziale violazione dell’accordo di Villa Madama risulta tutt’altro che infondato. Qualcuno magari obietterà, sostenendo che un concordato tra Vaticano e Stato italiano non dovrebbe esistere o che andrebbe addirittura ignorato. Costoro dovrebbero tuttavia raffreddare i propri bollenti spiriti: indipendentemente da come la si pensi su di esso, l’accordo di Villa Madama è stato stipulato ed è oggi in vigore. E questo punto non è in discussione. La Santa Sede ha pertanto tutto il diritto (e in un certo senso anche il dovere) di intervenire sul tema del ddl Zan, proprio perché – come abbiamo visto – il rischio che tale provvedimento possa violare l’accordo di Villa Madama è reale.

Il secondo elemento per cui la posizione del Vaticano su questo fronte è ineccepibile riguarda l’aspetto contenutistico. Andando cioè al di là del Concordato, le critiche di merito al ddl Zan sono fondate. E sono critiche che non vengono sostenute soltanto dalla Santa Sede e dal mondo cattolico. Liberali, radicali, femministe, attiviste lesbiche: il fronte di chi biasima questo provvedimento è ampio e variegato. E trova non a caso uno dei propri principali punti di coesione nell’opposizione al suddetto articolo 4. Perché attenzione: quell’ambiguità che apre le porte alla limitazione della libertà di espressione potrebbe ripercuotersi un domani anche su altre questioni, secondo il ben noto (e inquietante) meccanismo del vaso di Pandora. La libertà di espressione è un bene prezioso, troppo prezioso per lasciarlo in balìa di qualche politico in cerca di consensi o di influencer che mascherano la propria inestinguibile sete di denaro e notorietà dietro il vessillo dei diritti.

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