giovedì, 15 Gennaio 2026
‘La villa portoghese’, storia ‘senza confini’ di Avelina Prat

(di Francesco Gallo) Non è affatto un caso se Fernando, il
mite e silenzioso protagonista di quel delizioso film che è ‘La
villa portoghese’ di Avelina Prat, in sala da oggi con Academy
Two, sia un geografo. Ovvero uno abituato a mettere rassicuranti
confini al mondo che lo circonda. E non è poi affatto un caso
che la sua vicenda umana si consumi proprio per la perdita di
questi confini come della sua stessa identità fin dentro il
caos.
Questo il tema centrale, senza spoiler, per chi dovesse da
oggi entrare in un cinema e coraggiosamente preferire questo
piccolo grande film, una sorta di Mr Ripley esistenziale, a
quello di Avatar e Zalone.
Ecco la storia di quest’opera cinematografica che si legge come
un libro. Fernando (Manolo Solo) è un tranquillo professore di
geografia in una università spagnola, la cui vita viene
sconvolta dalla misteriosa scomparsa dell’amata moglie serba.
Nessuna lettera, nessun motivo, un giorno torna a casa e lei non
c’è più. Del tutto disorientato Fernando è in cerca di una nuova
esistenza e decide così di partire per il Portogallo.
Qui, in una circostanza del tutto particolare, assume l’identità
di un giardiniere, Manuel, conosciuto durante il viaggio e lo
sostituisce in una isolata villa portoghese la cui proprietaria
è una gentile signora che ha preferito ritirarsi in questa casa
ereditata dalla nonna. Una vita nuova quella di Fernando, tra la
bellezza della natura e una nuova famiglia piena di affetto. Ma
dal passato arriva alla fine un inaspettato colpo di coda.
“Che cosa definisce la nostra identità? Il luogo in cui
cresciamo, il luogo in cui viviamo, i nostri geni, le nostre
abitudini, le esperienze, i nostri desideri… – dice la regista e
sceneggiatrice Avelina Prat – E questa identità è unica e
immutabile? Siamo la stessa persona se il nostro contesto cambia
radicalmente? Uno dei pilastri dell’identità è il luogo, inteso
come un insieme che non è solo geografico, ma che è composto
anche dagli elementi e dalle persone che lo abitano. Il luogo
come ciò che dà forma a una vita. Il luogo come casa. Parliamo
del luogo in cui ci si sente a casa, dove si può essere sé
stessi. Un luogo dal quale si può smettere di scappare. Un luogo
che non ha nulla a che fare con le radici, ma piuttosto con la
scoperta”.
E continua la regista spagnola nata a Valencia: “Questa ricerca
di un luogo è legata alla ricerca dell’identità. I personaggi di
questo film cercano una nuova identità impersonando qualcun
altro, assumendo un’identità che non gli appartiene. Eppure,
attraverso questa impersonificazione, riescono a costruire una
propria realtà, a dare forma a una vita. Come i personaggi dei
romanzi di Enrique Vila-Matas o Robert Walser, il protagonista
del film (e lo spettatore) è costantemente perseguitato da un
senso di estraniamento. Estraniamento dal suo ambiente, da ciò
che sta accadendo. Inquietudine per il modo in cui gli eventi si
svolgono”.
Frase cult del film quella del geografo Fernando: ‘Il mondo è
caotico finché non lo disegni”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA






