La nuova Nato per il nuovo equilibrio mondiale

di Gen. Corpo d’Armata Maurizio Boni

La portata degli accordi del Vertice della NATO di Madrid deve essere valutata alla luce del contenuto del nuovo concetto strategico e delle dichiarazioni del Segretario generale Stoltenberg, rese nel corso del summit e nelle occasioni dove il responsabile politico dell’Alleanza è apparso in pubblico. Il concetto strategico è il vero e proprio architrave dell’esistenza dell’Alleanza in quanto fornisce il “cosa”, il “perché”, il “quando”, il “dove” e il “come” dell’impegno della NATO nel mondo. Potrebbe essere definito come il documento programmatico della governance dell’organizzazione. Sotto questo punto di vista non ci sono grandi sorprese poiché il nuovo testo, prevedibilmente, dedica ben quindici paragrafi al ruolo di deterrenza e difesa e al confronto strategico con la Russia, cinque paragrafi al ruolo di prevenzione/gestione delle crisi e sette al ruolo di promozione della cooperazione in materia di sicurezza. Si tratta, con riferimento a quest’ultimo aspetto, della parte “politica” della NATO, che include le tematiche dell’allargamento dell’Alleanza (Svezia e Finlandia nuovi membri), lo sviluppo delle partnership globali (incluse quelle con l’Ucraina e la Georgia) e i rapporti con l’Unione Europea. Nel contesto appena delineato, la Cina viene indicata a chiare lettere quale minaccia agli interessi, alla sicurezza e ai valori degli stati membri aprendo di fatto la porta del confronto strategico anche con Pechino.

Che l’interesse politico militare prevalente sia quello incentrato sulla difesa dell’Europa non ci sorprende affatto dal momento che è dalla crisi della Crimea-Ucraina del 2014 che la NATO ha riorientato il focus delle operazioni a nord est causando almeno quattro effetti principali: 1) rafforzamento dell’influenza politico militare dei paesi geopoliticamente più esposti alla minaccia russa sui processi decisionali dell’Alleanza, 2) orientamento degli sviluppi dell’industria della difesa e del procurement per colmare il divario capacitivo esistente tra le forze della NATO e quelle russe, 3) incrementato del 18% il personale militare e non militare della struttura di comando della NATO, che ha dato vita a sua volta a nuovi comandi multinazionali (tutti orientati a gestire le operazioni verso est), 4) marginalizzato la rilevanza del “fianco sud” dell’Alleanza, dove instabilità politica, e terrorismo sono molto più difficili da affrontare militarmente ed è quindi più arduo immaginare uno scenario di applicazione delle clausole di difesa collettiva dell’Articolo 5 del Trattato di Washington. Nel nuovo concetto strategico, come d’altronde in tutte le dichiarazioni dei summit ai vari livelli che accompagnano la vita di questa organizzazione, non esiste alcuna “vision” relativa alla direzione strategica meridionale (accomunata peraltro con il Medio Oriente). In parole povere, appare evidente che in nessuna fase della redazione del testo, che non è certo iniziata da poco tempo dal momento che è da quasi quattro anni che il tema del nuovo concetto strategico viene discusso nell’ambito della NATO, i paesi del fianco sud, Italia in prima linea, non hanno saputo (potuto? voluto? ritenuto poco opportuno?) fare fronte comune per bilanciare l’approccio strategico dell’Alleanza, neanche con un paragrafo che evidenzi la necessità di tenere alta la guardia anche nella regione del Mediterraneo. I russi in Libia, a pochi chilometri da casa nostra, sono forse differenti da quelli che combattono in Ucraina?

Stoltenberg, nelle dichiarazioni che hanno accompagnato il vertice, ha indicato che la futura difesa dell’Europa sarà basata soprattutto su un incremento significativo della presenza militare degli alleati a est e sull’incremento della NATO Response Force (NRF) che passerà dall’attuale struttura a 40.000 a quella che prevede ben 300.000 soldati. I costi, in termini finanziari, di questa iniziativa saranno enormi perché addestrare, mantenere in linea e schierare una forza d’intervento rapido di questa portata sarà incredibilmente oneroso. D’altronde lo è già anche nella versione attuale, dal momento che i costi di gestione di questo strumento operativo ricadono totalmente sulle spalle degli stati membri che forniscono gli assetti e la leadership di comando. La NATO in tutto questo non mette un euro a meno che non vengano rivisti i meccanismi di finanziamento delle missioni e i principi che regolano il “common funding” cioè le voci di spesa imputabili alle casse di Bruxelles. In tale contesto, l’Italia, che è il quinto contributore dell’Alleanza in termini finanziari, sosterrà le iniziative della nuova difesa europea e probabilmente la proiezione della NATO nel Pacifico, sia alimentando la “cassa comune” dalla quale tutti possono attingere, sia tramite le proprie voci di spesa nazionali. Speriamo vivamente che rimanga qualche briciola di risorse per rinforzare anche le capacità di risposta dell’Alleanza in latitudini più prossime ai nostri diretti interessi nazionali.

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