James Gray, le speranze in ‘Paper Tiger’ si infrangono come nel mito greco

Torna a narrare la storia di due
fratelli alle prese con la mafia russa come in ‘I padroni della
notte’ del 2007 ma con ‘Paper tiger’, presentato al Festival di
Locarno, James Gray punta il faro sul prezzo dell’ambizione e
sulle conseguenze che può avere sui legami familiari con una
prospettiva che si affina sempre di più.
    “Sul muro di un museo ho letto che la storia e il mito
iniziano sempre nel microcosmo personale: io cerco di fare film
personali anche perchè nel bene e bene e nel male come persona
sono unico e quella che drammatizzo è la mia esperienza” afferma
il regista e produttore statunitense, incontrando i giornalisti
al Locarno Film Festival che stasera gli rende omaggio con la
consegna del Pardo alla carriera.
    Il film narra la storia di due fratelli Gary, (Adam Driver) e
Irwin (Miles Teller) e di sua moglie Hester (Scarlett Johansson)
sullo sfondo di un’America middle class. “Sono molto grato ai
miei attori e sempre un po’ stupito che vogliano lavorare con me
– spiega il regista – anche se nello specifico ho scritto senza
pensare a interpreti specifici perché non volevo definire troppo
i personaggi: poi abbiamo lavorato benissimo sul set, con una
ottima atmosfera, loro mi hanno dato tutto e sono grato per
questo”. Prodotto da Rodrigo Teixeira e Raffaella Leone, figlia
di Sergio Leone, Gray dice di sentirsi sostenuto nella sua
scelta di fare film così personali: “il film è la cosa che
abbiamo più vicino al sogno, solo in misura molto maggiore di
quel poco che sogniamo ogni notte visto che dalla nascita del
cinema in poi abbiamo realizzato un oceano di film meravigliosi;
e se nei dipinti per arrivare alla prospettiva ci sono voluti
secoli il cinema è cambiato velocissimamente, si è evoluto
moltissimo”.
    E pur tenendo conto che si fanno film “in un contesto
commerciale dove dobbiamo lavorare, questa rimane una finestra
nell’inconscio degli altri”. Quindi seppure “quando faccio un
film forse c’è un certo narcisismo e quando è finito devo essere
pronto ad accogliere le reazioni dello spettatore” tuttavia “il
mio intento – spiega Gray – è far vedere quella versione del mio
sogno, della mia identità”. E che sia qualcosa che incide in una
sfera personale si vede anche da come viene accolto: ” in un
museo uno non dice ‘questo quadro mi fa schifo’ invece il film è
intimo e vi porta a dire ‘lo odio’, oppure vorreste ammazzare
chi parla a voce alta al cinema vicino a voi perché disturba il
sogno”. Nel film che Gray ha disseminato di elementi della sua
storia personale e della sua infanzia “non c’è nessuna critica”
al comportamento del padre dei ragazzi: “nell’86 non si
conosceva la mafia russa, all’epoca qualcuno come mio padre non
ne avrebbe avuto la consapevolezza, noi figli eravamo insolenti
con lui: non condanno nessuno, il dramma è un po’ nel destino”
come nel mito greco che con i primi fotograffi del film viene
citato con alcuni versi tratti dall’Agamennone di Eschilo. “Che
ci sia una ricchezza senza lacrime, che ce ne sia abbastanza
affinchè l’uomo saggio non ne desideri di più”.
   

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