‘Il quieto vivere’, la vera faida familiare calabrese

(di Francesco Gallo) Ma quanto è bella e poetica la
realtà. È la filosofia del regista Gianluca Matarrese che con ‘Il quieto vivere’ dopo il passaggio alle Giornate degli Autori
arriva in sala dal 12 marzo con Luce Cinecittà.
    Protagonista del film la faida, quella della sua vera famiglia,
che si consuma in uno sperduto borgo calabrese. Nessun attore,
tutto vero. Protagonisti sono infatti le sue cugine Maria Luisa
Magno (un vero talento) e Imma Capalbo (cognate tra loro), la
madre Carmela Magno e le zie Concetta e Filomena, i cugini
Sergio Turano e Giorgio Pucci e altri parenti. 

Un vero e proprio Carnage familiare quello di questo divertente
film, che vede soprattutto contrapposte due figure femminili:
Luisa, cinquantenne in guerra con tutti da sempre, tacchi alti,
voglia di distinguersi anche sui social e che si divide tra
lavori precari, figli e nipotina e la cognata Imma, una donna
più tradizionale che abita al piano di sotto, sua vera nemica
esistenziale e condominiale. 
Mentre si consuma il Natale, vero
spazio demoniaco per ogni nucleo familiare, le due donne,
impegnate in infiniti pranzi con altrettanto infinite fritture,
si sfidano tra denunce, insulti e sospetti mentre le tre
adorabili zie anziane cercano disperatamente con la loro
saggezza popolare di riportare la pace.
    
”Attraverso un linguaggio che fonde documentario, finzione e
teatro, metto in scena un universo chiuso e iper-reale, dove
ogni lite è una performance e ogni pranzo un campo di battaglia.
    Con ironia e crudeltà, esploro l’anticamera del crimine, quel
momento sospeso in cui la tragedia del reale può ancora essere
evitata, forse grazie al cinema”, dice Matarrese, regista
raffinato laureato a Parigi in Storia e Critica del Cinema
Nordamericano, su questo film scritto con Nico Morabito,
co-produzione Faber Produzioni e Stemal Entertainment con Rai
Cinema / Elefant Films con RSI, prodotto da Donatella Palermo
con Alex Iordachescu. 
Perché tanta realtà? “Vengo dal teatro e
ho sempre lavorato in maniera laboratoriale, è un modo di
creare. Sono appassionato e affascinato dal racconto, dagli
umani, dai personaggi e credo che questo momento di ricerca, di
creazione con il reale è quello che si avvicina di più alla
verità. Già nel mio primo documentario , ‘Fuori tutto’, che
vinse il Tff nel 2019, c’era un approccio alla famiglia
importante. Racconto come i miei genitori, emigrati al nord
negli anni 70, siano diventati imprenditori con una quarantina
di negozi di scarpe e borse e poi abbiano visto il crollo della
loro azienda”. 
Ma questa lotta nella sua famiglia oggi è ancora
reale? “Certo è guerra in famiglia, anche sui social, per
postare ciascuna la propria pubblicità del film e dire di essere
la vera protagonista. Metterle in mostra ha amplificato il
conflitto tra di loro, credo sia stato in qualche modo una
catarsi, uno sfogo. Ho comunque sempre amato esplorare
l’anticamera del fatto di cronaca. Già ne ‘L’Expérience Zola’
avevo trattato di violenza domestica, interessandomi non tanto
al colpo che sferra l’uomo sulla donna, ma come si arriva a quel
gesto”. 
E il cibo quanto è importante? “Tutto accade nelle
cucine, nei pranzi, nelle cene, anche sotto l’ombrellone sentivo
che i miei genitori parlavano con i vicini solo di cibo. ‘Tu li
congeli i broccoli?’ ‘Ma come li congeli?’ È una cosa
incredibile, perché quando faccio vedere questo ai francesi non
capiscono questa nostra ossessione per il cibo.”
Il futuro? “Potrei scegliere di fare un film su qualcos’altro,
con Donatella Palermo vogliamo fare una trilogia in Calabria,
esplorare per esempio anche il passato delle mie zie, raccontare
l’ incontro tra passato e presente di questa famiglia”.
   

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