Ictus, le capacità di recupero legate al ‘rumore’ del cervello

La capacità di recuperare dopo un
ictus potrebbe essere legata a un fattore finora considerato un
elemento di “disturbo”, cioè alla variabilità con cui il
cervello, dopo l’ictus, risponde a stimoli identici. È quanto ha
scoperto un gruppo di ricercatori dell’Irccs San Raffaele Roma
in un studio pubblicato sulla rivista Stroke.
    Ogni anno in Italia circa 100 mila persone sono colpite da un
ictus cerebrale e oltre 1 milione vi convivono, con le sue
conseguenze. Tra chi sopravvive, tre persone su quattro
presentano una qualche forma di disabilità, ma, a parità di
lesioni, non tutte le persone recuperano allo stesso modo.
    La ricerca ha indagato quali sono gli elementi che
influenzano questa variabilità studiando 77 persone colpite da
un ictus e sottoponendole a esami subito dopo l’evento e dopo un
percorso di riabilitazione. Attraverso la stimolazione magnetica
transcranica, una tecnica indolore e non invasiva, il team ha
osservato la risposta delle vie nervose che dal cervello
controllano i muscoli della mano, focalizzandosi, oltre che sui
parametri tradizionali, su un elemento finora trascurato dalla
ricerca: quanto quella risposta cambia in ampiezza e forma da
uno stimolo al successivo. Proprio questo parametro si è
rivelato decisivo: le persone che nelle prime settimane dopo
l’ictus presentavano risposte cerebrali più variabili hanno
successivamente recuperato una quota maggiore del movimento.
    “Un cervello che riesce a produrre risposte differenti a
stimoli identici successivi sembra conservare un repertorio più
ampio di circuiti nervosi utilizzabili per riorganizzarsi dopo
la lesione determinata dall’ictus.”, spiega il primo firmatario
dello studio Lorenzo Nucci. “In prospettiva, significa provare a
capire non soltanto quanto danno c’è stato, ma quanta capacità
di recupero è ancora disponibile”.
    Lo studio ha inoltre evidenziato che, pur essendo
strutturalmente integro, anche l’emisfero non colpito dall’ictus
mostra cambiamenti nella risposta del segnale nervoso.
    “Oggi sappiamo intervenire sempre meglio nella fase acuta
dell’ictus, ma la grande frontiera successiva è capire che cosa
accadrà dopo”, sottolinea Paolo Maria Rossini, direttore del
Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione. Due persone
possono presentare quadri clinici apparentemente simili, ma
seguire invece traiettorie di recupero molto diverse, aggiunge
Rossini. “Poter identificare già nelle prime settimane dopo un
ictus non soltanto il danno, ma anche la riserva funzionale del
cervello potrebbe cambiare profondamente il modo in cui
programmiamo la riabilitazione. L’obiettivo non è prevedere il
futuro con una formula matematica, ma disporre di strumenti
sempre più affidabili per offrire a ciascuno il percorso più
appropriato”, conclude.
   

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