Giordano Bruno Guerri: «La Chiesa è in ritardo sulla storia»

La doppia morale a scapito dell’etica civile. E poi i limiti di Francesco e il peso del Vaticano sulla politica… Il nuovo saggio di Giordano Bruno Guerri non fa sconti alla gerarchia ecclesiastica. E nemmeno ai fedeli.


«Se ti basi su testi di pastori che hanno più di tremila anni e non ti schiodi dalla verità rivelata, perdi più di un giro. La Bibbia è un libro arcaico, il Vangelo ha invece tratti di modernità. Però la Chiesa è costantemente in ritardo sulla Storia. Da lì ho cominciato a indagare i rapporti tra gli italiani e la Chiesa per scrivere un altro capitolo della mia e della nostra antistoria.È un terreno minato: non c’è nulla su questo tema. Si capisce perché: ora nessuno ti brucia più, ma c’è sempre una certa prudenza negli italiani a parlare della Chiesa». Giordano Bruno Guerri è di nuovo in libreria con un saggio ponderoso e poderoso, ironico, impetuoso e trasparente come la Merse che fluisce dalle Colline Metallifere, in Toscana, disegnando Monticiano, il paese-presepe culla dello storico-scrittore. C’è nel chiacchierare del suo Gli italiani sotto la Chiesa; da San Pietro a Twitter (La nave di Teseo) un’intesa beffarda: se metti due (quasi) maremmani a parlare di preti non sai dove si può arrivare. Anche il giorno è speciale: lunedì 1° marzo, anniversario della morte di Gabriele D’Annunzio, e per il massimo cultore del «vate» ha quasi un valore liturgico. «Del Vittoriale devo parlare assolutamente perché il 17 aprile faremo un evento unico nella speranza di ripartire. In questo periodo di forza inattività ho fatto lavorare cinque cantieri, ora il Vittoriale è uno spettacolo! È un po’ assurdo che ci si sia sempre lamentati che gli italiani non andassero nei musei e poi si siano tenuti chiusi per paura dell’affollamento. Noi al Vittoriale abbiamo perso più di 2 milioni di euro su 3,5 di incassi. Anche questa doppiezza c’entra con il mio saggio che non è un libro anticlericale. Io sono un antireligioso e se parlo di Chiesa intendo la gerarchia».

Nomen omen: Giordano Bruno non può parlar bene del papa. O no?

I miei nonni erano cattolicissimi e pure io sono stato educato al cattolicesimo. Mio nonno mi voleva chiamare Giordano, nonna Bruno e così decisero per Giordano Bruno. Quando mi hanno battezzato il prete ha spiegato «l’eresia» e allora nonno Pellino gli ha detto: «Oh, un’ si brucerà mica anche questo?».

Però una mezza scomunica se l’è beccata…

È quel «mezza» che mi delude. Quando ho pubblicato nel 1985 Povera Santa Povero assassino. La vera storia di Santa Maria Goretti che ora Bompiani ha rieditato, il cardinale Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione dei santi, disse che ero uno strumento del demonio. Avrei preferito m’avesse dato del demonio.

La tesi di fondo di questo nuovo libro?

Parto da Niccolò Machiavelli che dice: la Chiesa ha due colpe; la prima è aver impedito per secoli e con tutte le sue forze che gli italiani si unissero. Questo ha ritardato il radicarsi dell’idea dello Stato e spiega il nostro svantaggio verso la Francia, o la Gran Bretagna o la Germania. La seconda colpa è aver instaurato la doppia morale. La Chiesa ha sempre predicato bene e razzolato male, e la doppia morale ha indotto negli italiani l’idea dell’opportunismo, del fare i servi di due padroni (il papa e l’impero), ha formato il carattere nazionale come esercizio di furbizia nella speranza del perdono. Io credo che i miei libri come Io ti assolvo, l’inchiesta sui confessori – anche questa di nuovo in libreria – abbiano fatto bene alla Chiesa. Il libro ha messo in luce quella doppia morale, ha fatto comprendere alla Chiesa stessa che era contro l’etica civile e morbosamente interessata al sesso. Io ho confessato atroci delitti e mi hanno assolto quando l’etica civile avrebbe dovuto imporre loro di mandarmi davanti a un giudice. A Karol Wojtyla mandai tutt’e due i libri tradotti in polacco e lui sulla Goretti mandò una lettera agli agiografi, raccomandando una lettura anche del contesto sociale in cui avvenivano i fatti riguardanti i santi. Non va però neppure negato che la Chiesa abbia fatto molte cose buone: dall’assistenza ai poveri alla diffusione della cultura.

E a Io ti assolvo Giovanni Paolo II non ebbe alcuna reazione?

Credo si sia interrogato molto sul ruolo e i compiti del confessore. Di solito i confessori sono sacerdoti anziani che prestano molto, anzi troppo orecchio agli aspetti sessuali, che vivono la confessione come un origliare e ho ragione di ritenere che quel papa volesse dare una svolta alla prassi del confessionale.

Tra le righe del libro si legge che la Chiesa e dunque anche i cattolici non sono affatto stinchi di santo, è anche dal non essersi giudicati che origina la doppia morale?

Io parto dagli albori del cristianesimo in Italia. Quando i cristiani della prima ora si presentano a Roma, i romani che avevano imparato a inglobare tutto li guardavano divertiti e un po’ annoiati, del resto erano gli uomini più potenti del mondo. A guadagnare sempre più spazio ai cristiani fu la loro fede incrollabile, il loro martirio. Furono anche capaci, con la loro non resistenza e la loro volontà, di impadronirsi dei gangli vitali dell’Impero decadente. Poi cominciarono le scissioni, che sono espressione di una mancata autocritica, e anche i cattolici sono frutto di una scissione rispetto ai cristiani della prima ora e le lotte per il potere, e da lì si è originata la doppia morale.

Qual è la maggiore responsabilità della Chiesa verso gli italiani?

È difficile assolvere Pio IX dall’aver proclamato l’infallibilità del papa e dall’aver obbligato i cattolici ad astenersi dalla vita politica. Questo ha determinato una frattura profondissima nella società.

L’egemonia democristiana è un fatto.

Ed ancora più un fatto che dopo il disfacimento della Democrazia cristiana, che era composta da uomini di fede, la Chiesa sia presente nella politica più di prima, in tutti i partiti. Dopo Conte, che è uno scherzo della storia ma col quale avremo ancora a che fare, è arrivato Mario Draghi accolto, come sempre capita in Italia e anche questo è un portato della Chiesa, da aspettative messianiche. Ma si dà il caso che il papa sia un gesuita, Draghi abbia studiato dai gesuiti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia un ex democristiano radicatissimo nell’Azione cattolica; si può dire che la Chiesa non conti in politica?

Il repubblicano Giovanni Spadolini scrisse Il Tevere più largo auspicando una netta cesura tra la Roma dello Stato e la Roma dei papi. Non è andata così?

A Roma abito a due passi dalle mura vaticane e il Tevere è solo un rigagnolo. Nel Tevere ci sguazzano, si fa finta di darsi i calci. Tuttavia è vero che c’è una progressiva laicizzazione dell’Italia.

Ma c’è anche una robusta contestazione verso Jorge Mario Bergoglio, un papa che indulge molto al politically correct…

Questo è un papa pauperista che ha capito che il futuro della Chiesa sta in Africa e in Asia. Credo che però venga apprezzato più per i suoi aspetti esteriori, mentre è contestato perché sta imprimendo un’effettiva svolta all’istituzione ecclesiastica. Sugli scandali finanziari di sicuro, un po’ meno sulla pedofilia. Quanto al politicamente corretto è il vero male della nostra epoca. Ma anche questo sarà un pontificato breve, com’è stato quello di Benedetto XVI. Sarà la storia a giudicare, resta il fatto che secondo me c’è una certa continuità tra i due pontificati. La Chiesa cambia con il cambiare dei papi, ma tende a tornare se stessa.

Eppure in Germania i vescovi si sono affidati a una donna.

Non ci saranno mai donne sacerdote, come la Chiesa non verrà mai meno ad alcuni suoi dogmi. Il motivo sta nel fatto che si richiama ai testi sacri, a testi arcaici. Forse questo papa la farebbe volentieri un’apertura alle donne, ma non può contrastare la verità rivelata. Alle donne nella Chiesa dedico molta attenzione, a cominciare dalle lotte che ha fatto Lucetta Scaraffia (l’ex responsabile dell’inserto culturale femminile dell’Osservatore romano, dimessasi in polemica con i nuovi vertici del giornale, ndr). Epperò sono rivoluzioni mancate.

Sempre dalla Germania arriva anche un’apertura alle tesi di Martin Lutero, qualcosa dunque si muove?

Lutero ha posto l’etica del lavoro, Max Weber diceva che il denaro è un premio per chi bene opera, la Chiesa ha definito il denaro lo sterco del diavolo. Credo che Marx ci abbia azzeccato a definire la religione come «oppio dei popoli».

Per disintossicarsi bisogna leggere il suo nuovo saggio? E magari farlo diventare anche un libro di testo?

Molti dei miei libri, anche la mia tesi su Giuseppe Bottai ristampata ora, dopo 40 anni sono ancora nelle librerie. Non so se servono a «disintossicarsi», di certo sono un altro punto di vista; io scrivo l’antistoria e conoscerla fa di sicuro bene.

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