Elvira Notari, pioniera del cinema popolare italiano, in tour negli Usa

(di Lucia Magi) Più di cent’anni fa, Elvira
Notari ha portato il cinema popolare napoletano nelle Little
Italy d’oltreoceano. La prima regista italiana, nata nel 1875 e
morta nel 1946, censurata dal fascismo e poi trascurata da una
storia del cinema scritta prettamente da uomini, torna negli
Stati Uniti con il documentario ‘Elvira Notari. Oltre il
Silenzio’, scritto e diretto da Valerio Ciriaci.
    Presentato all’ultima Mostra di Venezia, il film prodotto da
Antonella Di Nocera con il supporto di Cinecittà, sta
attraversando il Paese da New York a San Diego, passando per
Rochester, Pittsburgh, Los Angeles e Indianapolis. Le sale piene
e le domande di studenti e appassionati testimoniano una
curiosità a tratti più intensa che in Italia verso la pioniera
del cinema nostrano. “Le sue opere erano molto amate dagli
italiani arrivati qui a inizio Novecento. E dire che lei aveva
paura del mare e non ci aveva mai messo piede. Le pellicole
viaggiavano di nascosto a bordo dei bastimenti carichi di
migranti”, spiega all’ANSA Ciriaci, in un incontro a Los
Angeles.
    Regista, sceneggiatrice, produttrice e distributrice, a
Napoli Elvira Notari fondò negli anni Dieci del Novecento la
Dora Film, un’officina familiare gestita con il marito Nicola.
    “I due cominciarono a filmare cortometraggi e pubblicità da
proiettare nelle sale prima e dopo i film dell’epoca”, racconta
Ciriaci. Piano piano il business si fortifica e le pellicole si
allungano. “Elvira andava a scovare talenti canori al festival
di Piedigrotta, ascoltava le composizioni e poi adattava i testi
in copioni. Queste ‘sceneggiate’ spesso parlavano di amori,
gelosie, equivoci. Erano uno spaccato della società perché
ambientate tra i vicoli, con scugnizzi di strada, donne vere,
scene quotidiane”.
    Un tipo di produzione che fu subito inviso alla censura
fascista. “Mostrava povertà e problemi che il regime voleva
nascondere, usando il cinema per glorificare più che per
raccontare. Per aggirare i controlli, la Dora faceva due copie:
una per la censura e un’altra la imbarcava sulle navi dirette in
America. I film erano muti, ma avevano sempre un accompagnamento
musicale, con un cantante che leggeva anche le didascalie.
    Spesso era proprio lui a partire da Napoli con le pizze e a
farsi poi il giro di tutte le sale per italo-americani. Ce
n’erano più di 20 a New York”.
    Gli affari oltreoceano andavano così bene che la casa di
produzione aprì una sede nella Grande Mela, gestita dall’agente
James Crapanzano. “Chi viveva lontano dalla madrepatria aveva
nostalgia di casa. Elvira cominciò a produrre documentari in
giro per sagre, feste e paesini del Sud Italia. Piccoli film che
venivano confezionati e subito spediti in Usa, non giravano per
le sale italiane”. Tra i 60 lungometraggi e più di cento di
questi documentari, la produzione targata Notari è mastodontica.
    “Peccato che il 90% dei film muti sia andato perso: la
pellicola in nitrato era altamente deperibile”, precisa Ciriaci.
    “I suoi film non fanno eccezione. Se si aggiunge che era invisa
al fascismo, che era donna in un’epoca in cui alle donne non era
nemmeno permesso avere una società, e che ha avuto una
situazione familiare non facilissima… si capisce perché sia
stata dimenticata”. La riscoperta – come racconta il
documentario incredibilmente rimasto senza candidature ai David
di Donatello – avviene a metà anni ’70, grazie al femminismo: “Gli studiosi ora la collocano al principio di una catena di
creatori che arriva fino a Francis Ford Coppola e Martin
Scorsese”.
   

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