DiCaprio, ‘Eroe imperfetto in ‘Una battaglia dopo l’altra’

(di Lucia Magi) Leonardo DiCaprio sa dire di
no. Sceglie i suoi ruoli senza affanno e trent’anni fa aveva
rifiutato la parte del protagonista di ‘Boogie Nights’. “È per
questo che quando Paul Thomas Anderson è tornato, con questo
eroe imperfetto ma comico, umanissimo, il mio sì è stato
istantaneo”, ammette in conferenza stampa. La star ha addosso
gli occhi dei critici riuniti nell’Aster Hotel di Hollywood,
dove insieme ai colleghi di cast presenta ‘Una battaglia dopo
l’altra’, ultimo lungometraggio – lungo in effetti lo è: 162
minuti – del regista di ‘Magnolia’, ‘Il petroliere’ o ‘Licorice
Pizza’.
    Al cinema dal 25 settembre con Warner Bros., ispirato al
romanzo ‘Vineland’, che lo scrittore Thomas Pynchon ha
ambientato nel 1984, dopo la rielezione del repubblicano Ronald
Reagan, quello di Thomas Anderson è un film d’azione, sentimento
e puro divertimento, che con nonchalance regala una fotografia
spietata dell’America di Trump. Segue la vita sconclusionata di
Bob Ferguson (DiCaprio), ex militante di un gruppo di
combattenti pro-immigrati che piazza bombe al confine tra
Messico e Usa.
    Messa da parte la rivoluzione, e costretto a vivere in
clandestinità insieme alla figlia (Chase Infiniti), Bob deve
scuotersi da un torpore fatto di marijuana, divano e vestaglia,
quando il vecchio avversario, il colonnello dell’esercito e
suprematista bianco (Sean Penn), riesce a scovarlo e a catturare
la ragazza. Lo aiuta una brigata di ex compagni di lotta (tra
cui spicca Regina Hall), e un fenomenale Benicio Del Toro nei
panni di un maestro di karate, appesantito dalla vita e dalle
birre, che nasconde immigrati ispanici nel condominio in cui
vive.
    “Ho amato da subito l’idea di un uomo che all’inizio sembra
destinato a essere l’eroe puro e duro”, dice DiCaprio del suo
personaggio, che nel primo atto del film combatte contro le
ingiustizie, sa mettere da parte la lotta armata per occuparsi
della figlia e non esita a scappare per proteggerla. “Da uno
così, ti aspetti che risorga usando gli strumenti del suo
passato da rivoluzionario per diventare il salvatore definitivo.
    Il film, invece, prende tutta un’altra piega”, sorride. Bob
Ferguson è un militante che costruisce bombe, libera immigrati
dai centri di detenzione, urla in spagnolo e bacia appassionato
la sua amata compagna di lotta (Teyana Taylor), ma la vita
solitaria, insieme a una figlia adolescente che non è più capace
di leggere, lo ha reso piuttosto un simpatico cialtrone
vagamente paranoico.
    “Mi piace il ribaltamento delle aspettative: ci si immagina
che faccia ricorso a straordinarie doti di spionaggio, mentre
invece (dopo 16 anni passati in clandestinità) non riesce
nemmeno a ricordare una password. È questo dettaglio a delineare
una dinamica eroica profondamente imperfetta che ho trovato
irresistibile”. Per sentirla sulla pelle, DiCaprio ha lasciato
incolti capelli e barba, indossato scarpe comode e una vestaglia
di flanella. “Mentirei se non riconoscessi che è stato
estremamente liberatorio!”, dice, ammettendo ovvie influenze
come il Drugo di Jeff Bridges nel ‘Grande Lebowski’ o Al Pacino
in ‘Quel pomeriggio di un giorno da cani’, “per quel fanatismo,
che ti costringe a tornare per proteggere chi ami”.
    Il divo non si lascia sfuggire riferimenti all’attualità,
nonostante il film sembri a tratti quasi un documentario
allucinato (e involontario) sulla militarizzazione del potere e
sul controllo estremo e crudele dell’immigrazione. Preferisce
indulgere sull’umanità del personaggio. Solo ora – a distanza di
mesi dalle riprese, davanti al film intero – sostiene di aver
capito “dove sta il suo eroismo più profondo: è il semplice atto
di andare avanti, di non arrendersi”.
   

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