Contro gli haters servono leggi severe e pene pesanti

Linda Cerruti è una bella ragazza genovese che, fin da bambina, si è data una missione: diventare qualcuno, emergere, rendere orgogliosi i suoi genitori.

Solo che, per farlo, non si è inventata linguaggi storpiati detti ‘corsivi’, non ha mimato gesti su TikTok né creato ‘storie’ su Instagram domandandosi cosa indossare dal proprio guardaroba.

No: Linda ha affrontato estenuanti allenamenti dentro e fuori dalla piscina – d’estate e d’inverno, festivi inclusi, svegliandosi all’alba quando le sue coetanee rientravano brille dalla discoteca – per affermarsi come una delle più importanti esponenti del nuoto sincronizzato italiano, collezionando medaglie e trofei in tutte le più importanti competizioni olimpiche e internazionali.

A 28 anni, dopo aver fatto incetta di podi agli Europei di nuoto di Roma, ha condiviso sui social una fotografia ‘artistica’ in una posa tipica della sua disciplina, sulla spiaggia, esibendo le sue medaglie.

Applausi?

Ammirazione per chi si è dedicata a uno sport cosiddetto ‘minore’, privo della ribalta e dei guadagni che garantisce – per dirne uno – il calcio?

Orgoglio per un’atleta che, grazie alla sue prestazioni, ha fatto issare il tricolore in tutto il mondo?

Macché.

Uno stuolo di commenti sferzanti, volgari, sessisti, ingiurie tali da portarla a dichiararsi ‘basita e schifata’ e postare uno sfogo risentito contro gli haters, annunciando querele.

Lo stesso è accaduto a Sara, la ragazza rodigina che ha visto precipitare il fidanzato da uno sperone di roccia sull’altopiano di Asiago e che, oltre alla tragedia e al peso del lutto, ha dovuto fronteggiare le ondate di haters che l’hanno accusata della qualunque, augurandole morte e ogni altro male.

Ma chi sono questi haters, questi ‘leoni da testiera’ che, nell’anonimato della rete, danno sfogo ai loro peggiori istinti e godono a lordare gli spazi generosamente consentiti dal web per ferire, dilaniare, provocare, accanirsi contro la preda, chiunque essa sia?

Gli ordini degli psicologi – per deformazione professionale e tendenza a cercare sempre un inquadramento clinico – ne tracciano noiosi profili descrivendoli come ‘vittime di loro stessi, della paura che hanno, della loro scarsa cultura, della mancanza di empatia’.

Bla bla bla: ma anche no.

Gli haters non sono persone ma è quel lato demoniaco che alberga dentro di noi, di ciascuno di noi (anche degli psicologi che fanno i ‘Soloni’), quel peccato originale incarnato nell’uomo stesso, come insegnano le Scritture, quell’istinto che – attraverso la rete – fuoriesce nell’anonimato e nella certezza dell’impunità.

Fare il bene costa e non dà soddisfazione: fare del male è talvolta catartico e stimola le endorfine.

Come calpestare un castello di sabbia edificato da altri bambini sulla spiaggia, fare un dispetto solo per vedere la faccia della vittima, imbrogliare a un gioco.

Per questo servono le leggi e l’uomo se l’è date fin dal principio: perché senza di loro, nell’anarchia, quel lato oscuro della nostra anima avrebbe preso il sopravvento.

Ecco, il web ha riportato la lancetta del tempo all’anno zero.

Davanti a un foglio virtuale che ci consente di scrivere qualsiasi cosa a margine di una notizia, di una foto, di un video, in assenza di una ‘moderazione’ adeguata, il male prende il sopravvento.

Quindi la chiave è una ed una sola: leggi preventive e sanzionatorie.

Dove sta scritto che i lettori possano liberamente commentare una notizia? Un tempo si inviavano lettere ai quotidiani e queste, prima di essere pubblicate, venivano aperte, lette, selezionate.

Perché oggi tutti possono dire la propria senza alcun filtro?

Idem sui social o in un qualunque altro contesto.

I logaritmi che bloccano le parolacce più comuni non servono a nulla perché l’uomo è più furbo delle macchine e quel particolare epiteto te lo scrive cambiando i caratteri o inframmezzandolo di segni di punteggiatura che lo rendono intellegibile e beffano il logaritmo.

Basterebbe, sui siti sui quali impazzano commenti spazzatura, un controllo preventivo che cestini quelli volgari, ingiuriosi, sessisti, razzisti, discriminatori, inappropriati e il problema – in gran parte – sarebbe risolto.

L’illusione che l’automazione sostituisca l’uomo è fallace ma la soluzione non è così impossibile se, alla prevenzione, si unisse anche un sistema sanzionatorio efficace, realmente punitivo.

In fondo, la patente a punti e i sistemi di rilevazione delle infrazioni stradali in remoto non hanno forse permesso di ridurre drasticamente i sinistri?

O i sistemi a circuito chiuso di minimizzare la violenza negli stadi?

Con un po’ di impegno e d’inventiva tutto si può risolvere.

A Linda Cerruti, con cui ho aperto l’articolo, e alle campionesse come lei tributo sincera ammirazione e rivolgo un invito: quello di farsi scivolare addosso le critiche troglodite dei loro detrattori ripensando alle parole del grande Paolo Coelho.

Questi scrisse che, in fondo, gli haters sono soltanto ammiratori confusi che non riescono a capire perché piaci a tutti gli altri e loro non piacciano a nessuno.

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