Bin Salman, l’ex cattivo ora al centro della geopolitica mondiale

Un anno fa era diventato un paria. Oggi si è ripreso il centro della scena internazionale. A seguito dello scoppio della crisi ucraina, l’Arabia Saudita ha progressivamente guadagnato peso dal punto di vista geopolitico. Un peso testimoniato principalmente da due fattori. Mercoledì prossimo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, si recherà in visita ad Ankara, mentre il prossimo mese sarà Joe Biden ad essere a sua volta ricevuto in Arabia Saudita. Ma andiamo con ordine.

Sono mesi che Ankara e Riad hanno avviato un processo di distensione, archiviando una fase piuttosto turbolenta dei loro rapporti. Al di là dei significatici attriti sul caso Khashoggi, i sauditi non vedevano infatti di buon occhio i Fratelli musulmani, che storicamente erano invece spalleggiati proprio da Erdogan: un elemento, questo, che vide Arabia Saudita e Turchia su fronti opposti nel duello libico tra Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. La situazione è poi mutata l’anno scorso, quando i due Paesi hanno optato per un disgelo: disgelo testimoniato soprattutto dalla visita condotta, a fine aprile, dallo stesso Erdogan in Arabia Saudita.

Il fatto che adesso bin Salman ricambi tale visita significa che la distensione si è ormai incamminata su un binario piuttosto solido. Tra l’altro, nell’occasione dovrebbero essere siglati svariati accordi. Va rilevato che il sultano sta cercando di migliorare i rapporti con Riad anche (se non soprattutto) per far fronte alle difficoltà economiche che la Turchia si sta trovando davanti: difficoltà che rischiano di mettere a repentaglio la rielezione di Erdogan il prossimo anno. Più in generale, con questa mossa, il sultano rafforza i propri legami con le monarchie del Golfo, in una fase storica in cui queste ultime intrattengono rapporti tutt’altro che idilliaci con la Casa Bianca.

Non è del resto un mistero che le relazioni tra Biden e bin Salman sono sempre state piuttosto fredde. L’attuale presidente americano ha duramente criticato il principe saudita per il suo ruolo nel caso Khashoggi, irritando inoltre Riad per alcune sue scelte geopolitiche: dalla guerra nello Yemen alla volontà di rilanciare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran. Tutti fattori che hanno spinto i sauditi sempre più tra le braccia di Cina e Russia. Non solo il regno è in trattative con Pechino per vendere parte del proprio petrolio in yuan, ma – appena giovedì scorso – si è tenuto un incontro tra il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, e il vicepremier russo, Alexander Novak. I due hanno parlato di “relazioni calde come il clima di Riad”. Tra l’altro, è noto che i sauditi hanno tenuto una posizione non poi così critica nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il problema per Biden è che adesso ha estremo bisogno di Riad per cercare di contrastare il caro carburante in progressiva crescita negli Stati Uniti: un problema aggravato, sì, dalla crisi ucraina ma che in realtà attanaglia Washington già dall’estate dell’anno scorso. Il nodo per il presidente americano è quindi ora come recuperare un rapporto tanto deteriorato come quello con Riad. Senza poi dimenticare i contraccolpi in politica interna. Ai tempi della campagna elettorale del 2020, Biden aveva criticato la Realpolitik di Donald Trump, promettendo una politica estera basata sul rispetto dei diritti umani e dei valori democratici. Adesso invece si vede costretto ad andare da bin Salman e si sta attirando le critiche da attivisti, parenti delle vittime dell’11 settembre e di alcuni esponenti dello stesso Partito democratico. Critiche a cui il presidente ha cercato di replicare senza troppo successo: prima ha detto che nel suo viaggio non incontrerà Mohammad bin Salman, poi la Casa Bianca ha fatto sapere che l’incontro potrebbe esserci, anche se non dovrebbe essere considerato un evento centrale.

Evidentemente l’inquilino della Casa Bianca si è reso conto di come la sua impostazione in politica estera lo abbia messo con le spalle al muro (anche perché non si è mai tra l’altro capito come si sposasse la sua idea di difesa della democrazia e dei diritti umani con il rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano: il regime degli ayatollah non sembra infatti esattamente improntato ai principi della democrazia liberale). Insomma, anziché metterlo all’angolo come era nelle sue intenzioni, la politica estera confusa e contraddittoria di Biden ha riportato bin Salman al centro della scena. Con la differenza che, ai tempi di Trump, il principe era un alleato di ferro degli Stati Uniti, mentre adesso si è spostato sempre più vicino all’orbita sino-russa. Un’orbita sino-russa che, per inciso, negli ultimi mesi è riuscita ad inglobare la quasi totalità dell’Opec.

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