A Cannes in concorso storie queer e di identità in crisi

(di Francesco Gallo) “Libertà, fragilità e
trasformazione”: queste le parole chiave più evocate da Fremaux
nel raccontare lo spirito della 79/ma edizione del Festival di
Cannes che mostra così, anche nei ventidue film in concorso, non
solo la presenza esplicita di storie LGBTQ+, ma anche una più
generica inquietudine identitaria che attraversa molti titoli. Certo non tutti i film vanno in questa direzione e restano
invece ancorati a traiettorie politiche, storiche o sociali più
tradizionali, ma i casi apertamente queer sono immediatamente
riconoscibili. È il caso de ‘La bola negra’ di Javier Ambrossi e
Javier Calvo, film che attraversa tre epoche per interrogare
cosa significhi essere gay in contesti e tempi storici diversi:
1932, 1937 e 2017.
    C’è poi ‘The Man I Love’ di Ira Sachs, musical queer
ambientato nella New York degli anni Ottanta con la storia di un
artista teatrale affetto da AIDS che si cimenta in un possibile
ultimo grande ruolo. Nel cast Rami Malek, Rebecca Hall e Ebon
Moss-Bachrach.
    In concorso c’è poi ‘Coward’ di Lukas Dhont, che da sempre
lavora sulla fragilità dell’identità maschile e già Queer Palm
per ‘Girl’ e Grand Prix Speciale della Giuria per ‘Close’, che
mette in scena una relazione tra due uomini sul fronte della
Prima guerra mondiale addetti al divertimento delle truppe, cosa
che incrina le idee di eroismo e virilità.
    In una dimensione meno esplicita troviamo ‘L’Inconnue’ di
Arthur Harari con la storia di David Zimmerman, un fotografo
che, dopo essersi fissato su una donna misteriosa a una festa,
si risveglia improvvisamente nel corpo di lei. Ora non è detto
che il film parli direttamente di identità di genere, ma nella
storia c’è inevitabilmente una frattura tra corpo e identità.
    Abbiamo potenziali storie queer in corsa per la Palma d’oro
anche in ‘All of Sudden’ del premio Oscar Ryūsuke Hamaguchi
(regista di Drive My Car), e in ‘A Woman’s Life’ di Charline
Bourgeois-Tacquet, basato sul libro non-fiction You and I – The
Illness Suddenly Get Worse di Makiko Miyano e Maho Isono.
    In ‘All of Sudden’ c’e il legame tra Marie-Lou (direttrice di
una casa di cura francese) e Mari (drammaturga giapponese malata
terminale); in ‘Garance’ di Jeanne Herry invece la sessualità è
parte di un’esistenza caotica e autodistruttiva, più fluida che
definita.
    In ‘Amarga Navidad’ di Pedro Almodóvar c’è l’alternarsi di
due storie. La prima ha per protagonista Elsa, regista di spot
pubblicitari nel 2004. La seconda si svolge nel 2026 ed è
incentrata su Raúl, sceneggiatore e regista gay che sta
scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di
Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche.
    Questa identità che si frantuma nei film in concorso con
personaggi che non coincidono più con il proprio ruolo, con il
proprio corpo, con la propria storia si percepisce anche nelle
trame di ‘Minotaur’, ‘Histoires parallèles’ e ‘Histoire de la
nuit’.
    E forse è proprio qui che si gioca quest’anno la partita
della Queer Palm – che a differenza della Palma d’Oro non
prevede una selezione ufficiale, ma attraversa tutte le sezioni
del festival – non tanto nel riconoscere i film LGBTQ+, quanto
quelli che, più radicalmente, mettono in crisi l’idea stessa
d’identità”.
   

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